Qui si
narra di come la Capa fu. Insomma di come divenne manifesto a lei stessa che
Femmina era.
Nella Metafisica dei tubi si legge: In
principio era il nulla. E questo nulla non era né vuoto né vacuo, esso nominava
solo se stesso.
E in
principio infatti tutto andava bene.
Veramente andava bene anche dopo. Secondo me.
Fino a quel giorno.
Nata dopo una teoria di cuginetti e prima della seconda ondata, tutta di
cuginette, la mia vita Era e basta. Nell'enorme stanza dei giochi che era
l'agglomerato casa di nonna - pianerottolo - casa di zia - cortile, ero libera
e felice. Avevo pure ben due divinità da adorare, perfette in se stesse. Chicco
e Pallì. Cugini misteriosi, misterici e affascinanti.
Si
giocava insieme, si mangiava insieme, si dormiva insieme. Si litigava e ci si
picchiava a turno.
Da
bravi parenti.
Mai formulato un pensiero, ma fatto si è che davo per scontato che anch'io
fossi un maschio. O che almeno potevo esserlo. O che comunque quando volevo lo
ero e basta.
Certo che avevo notato delle differenze, come no! Però mi sembravano del tutto
trascurabili.
Applicavo
l’indiscutibile principio del libero arbitrio.
La prima estate al mare in cui ho avuto completo controllo degli arti superiori
e inferiori mi sono fatta regalare uno strepitoso camion betoniera da spiaggia,
per cementificare forse l'intera costa adriatica. Nessuno ha fatto obiezioni né
commenti. Il mondo era mio. Ero una bimba fiera.
Guardavo distrattamente le altre bambine ciondolare avanti e indietro dal
bagnasciuga trascinandosi per i capelli quelle Barbie nude e arruffate dopo
"il bagnetto". Puah! Nullità! Io pure avevo delle bambole, ma, Dio
mio! cosa te ne fai di un pupazzo quando hai quel popò di tecnologia.
Poco dopo peraltro il mio Olimpo personale ospitò un terzo personaggio. Michel
Platini. Sì. Quello.
Per capirci, a me del calcio non mi fregava proprio niente. Da dove fosse spuntata questa fissazione non è dato
sapere.
Però la
reclusione da morbillo me la ricordo così: dieci giorni con addosso una
maglietta a strisce bianche e nere con dietro cucito un bel numero 10.
Fierissima.
Sia
chiaro, a casa mia non si buttavano via soldi. Trattavasi di riciclone di stoffe
sapientemente cucite dalla nonna. Una sarta in casa è una benedizione.
E fu così che, sempre più consapevole del mio essere perfettamente ciò che
volevo, il primo Carnevale di cui ho piena memoria ho martirizzato mia nonna
perché desideravo tantotantotanto il vestito di Zorro.
I miei divini hanno dovuto stringersi un po' per far posto al nuovo.
Un intero book fotografico per
lasciare l’epica impresa ai posteri.
Con baffi a matita, cappello a
falda larga, una camicia a sbuffi e volant lucida e immacolata, strizzata in
una fascia di raso rossa fiammante, bolerino e pantaloni orlati d’oro, d’oro! E
il mantello… Goduria! Di fuoco dentro, fuori nero come la notte. E la spada.
Nel book ci sono anche i miei
eroici cugini. Vestiti da cow boy. Mah. Stavolta li avevo superati. Vuoi mettere? Vestiti comprati, si vedeva benissimo. Pessime rifiniture. Le
frange non erano mica di cuoio vero. E poi quelle pistole! No dico, all’arma
bianca ci si batte, quello sì è vero valore. Insomma, Zorro non lo puoi
fregare. E’ il top della gamma.
Fiera che mi mancava l’aria.
L’apoteosi prima della catastrofe.
Festa aziendale per i bambini dei
dipendenti con la brava genitrice. Stanzone immenso con folla disumana.
Poco male, faranno largo a Zorro.
Cammino sopra cuscinetti d’aria. Io sono Zorro.
Ma il mondo non sa, non capisce o
fa finta.
Avrei continuato a bere aranciata
e mangiare pizzette e poi improvvisato un duello all’ultimo sangue, magari con
qualche Goldrake di pannolenci.
E invece no. Gli adulti devono organizzare l’esistente a
loro immagine e somiglianza. Classificare. Incasellare. Distinguere.
Che si vanno a inventare?
I maschietti devono invitare le femminucce a ballare,
porgendo una rosa. Anzi no, i cavalieri devono invitare le damine.
Damine?
Io mi guardo intorno e non capisco. Vedo del movimento. Un
principe azzurro si avvicina a una
damina rosa. Un indiano si agguanta una fatina. Mi giro disperata a cercare
Goldrake. Non l’ho pensato proprio così, ma certo anche lui poteva avere dei
problemi ad accoppiarsi… Ecco magari io e Goldrake, tra un duello e un ballo,
non mi sarebbe dispiaciuto.
Niente, andato pure quello.
Mentre le chances diminuivano tragicamente, in me diventava
sempre più impellente il desiderio di avere una rosa. La mia rosa. Voglio la
rosa, oh!
Niente da fare. Sudata da bestia, col baffo sbavato e in
mano solo il fioretto, rivolgo uno sguardo disperato alla mia genitrice e una
domanda. Perché?
Eh, ma tu sei Zorro!
Ma che c’entra? Non è giusto! La rosa la volevo pure io.
Avevo sei anni e avevo scoperto il sesso.
Terribile.
L’anno dopo mia nonna era già lì a prendermi le misure per un clamoroso
abito da principessa. Il mio primo vero pensiero pensato con tanto di parole è
stato “Non mi fregate più”.